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sono andata a cercare lavoro. come un commesso viaggiatore, con la mia borsa carica di fascicoli, cv stampati, nomi e appuntamenti, cartina della città, indirizzi e numeri di telefono. a volte non devo pensare a quello che sto facendo ma solo a come farlo. solo così riesco a focalizzarmi sulle cose importanti senza sentire troppo il peso anche emotivo delle mie azioni. ho cercato di immaginarmi come una signora in vacanza, che gira tre città in un giorno per piacere. ho cercato di camminare lentamente, per non stancarmi, per misurare il tempo, per tenere il battito del cuore basso, per non lasciare che la frenesia di finire rovinasse il mentre. così ho passeggiato con energia serena, con lucidità. ho parlato, ho imparato a dire quello che desidero con calma e convinzione. ho imparato che per vendere è necessario assimilare. ho imparato che a fare tutto questo ci vuole una forza incredibile, temo di non esserci portata, alla vendita. soprattutto di me stessa. salgo in treno e come un burattino provo ad aprire il libro. ma i miei occhi non reggono, i neuroni sfibrano, crollo in un sonno che solo i bambini hanno pari, quel sonno che segna il fisico bisogno di recupero di forze. e mentali. dopo dieci minuti mi sveglio nuova. è incredibile e meraviglioso. ricomincio.
non capisco se di nostalgia si tratta o di una forma di materno senso del distaccamento, questo senso di mancanza di un pezzo di me. il tempo trascorso insieme a guardare e respirare il mondo si frange così tanto rispetto al chiuso bugigattolo dove per ora scrivo e trascorro le mie giornate. non ho voglia che questa sia la mia vita. vedere il 'fuori' ti rende consapevole della piccolezza del 'dentro'. e la tensione alla fuga è forte e feroce. condividere il letto, la tavola, il bagno, la sveglia e la fatica ha consolidato la tua presenza. serena, costante, felice. e allo stesso tempo la mia voglia di vivere così, ogni giorno.
uscire al mattino presto per andare a correre è una conquista della mente. intanto perchè scivolare giù dal letto quando ancora potrei rotolarmi tra le lenzuola un'altra ora è una fatica immane. peraltro assolutamente ripagata dalla soddisfazione intima di esserci riuscita.
ci deve essere una ragazza nella casa dopo il palazzetto dello sport con un fidanzato poco fantasioso, che in questi giorni le ha dedicato una sottospecie di sonetto amoroso scritto a bomboletta sull'asfalto. a memoria un testo di una canzone. gesto banale (ad oggi) con testo copiato? che disastro! poi incrocio sempre la stessa signora con cagnetto più o meno nello stesso punto. il cagnetto fa i sui bisogni sereno, lei ha la faccia da infelice sotto psicofarmaco. appena li passo vedo uno in bici con la coda dell'occhio che mi segue. svolto e lo faccio passare, è un po' strano, pazienza. i matti dormono poco la mattina. giro di boa per tornare a casa. due curve e una zaffata di cacca di cane putrida che per poco non mi fa cadere. ma cosa gli danno da mangiare a 'ste bestie? trattengo il respiro, conto fino a venti e poi esplodo sperando sia passata la chimica delle crocchette. gente che va in ospedale e mi guarda strana, due sorelle indiane con treccia lunghissima e tuta morbidissima sulle loro morbidissime forme che mi incrociano e sorridono. corrono anche loro. passo di fianco alla panetteria e al bar. pane e brioches nell'aria. faccio finta di niente e arrivo al mio traguardo, il palo dell'angolo. gocciolo dal mento, questa mattina l'afa è forte. mancano pochi minuti alle otto, le macchine escono dai garage, la gente ha già iniziato la giornata, una mamma con pancione seduta su una panchina all'ombra. stretching, respiro, entro. e poi mi srotolo sul tappeto, con i piedi in alto, e ti chiamo, felice.
e questo è appena uscito dall'acqua, quando il tuo sguardo mi cercava disperatamente in mezzo al disastro di pelle e folla e boe e odore di muta di gomma. io ero lì, in mezzo.
non posso certo dire che era una splendida giornata, ma questo è il risultato finale. il 411 sta volando verso l'arrivo, ed io sono lì.
domenica, resterò a guardare il mio uomo nuotare per un kilometro e mezzo, attraversare un lago. e disegnerà sulla sua cuffia un segno d'amore, così che io possa riconoscerlo, da lontano.
bonne chance, nico.
apnea settimanale, ossigeno a momenti, inoculo e inspiro, trattengo per stillare energia fino alla fine. ma quando i secondi scandiscono l'arrivo dell'ora la fatica è molta e maledetta e insopportabile. a volte vanifico lo sforzo di restare calma per tenere i battiti del cuore bassi, per consumare meno energia, per razionalizzarla, per farmela bastare. la sola quotidiana maestria del mondo mi ruba attimi di felicità che non vorrei concedere per tenerli con me, li consuma li sfregola come se il ricordo svanisse e non avesse più benefici effetti.
pelle scottata dal sole, occhi pieni dei riflessi stellati sull'acqua. il mare e la terra, i colori e i profumi della primavera. limoni e foglie verdi, colline e scogli e muretti, sale grosso sull'olio sulla focaccia, colazione sul balcone, le mie labbra sulle tue, sempre. la luce chiara che ci sveglia il mattino dalla finestra col suono delle onde, noi tra le lenzuola bianche che osserviamo con il primo sguardo del mattino le scogliere lontane che raggiungeremo.
ieri sera ho aprofittato della mia estetista e finchè ero bloccata dentro una maschera purificante per il viso, le ho chiesto di farmi le mani. unghie rosa? o le facciamo rosse? beh, visto che me le fai tu falle rosse, che vengono bene. e così, dopo avermi fatto una specie di ceretta alla faccia togliendomi il mascherone, appaiono dieci caramelle libidinose al posto delle mie unghiette. ovviamente il riferimento al film di cui sopra era doveroso. finale strepitoso!
nonostante il monsone primaverile si stia sfogando sul mio metereopatismo, registro picchi di serenità innovativa e strepitosa. non posso che ringraziare e sperare che questa meraviglia continui senza posa. anche quando uscirà il sole.
Il più bello dei mari
Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l'ho ancora detto.
N.H.
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